Quando Anna s’innamorava iniziava fumare. Non era per niente intelligente, lo sapeva, ma non riusciva ad evitarlo. Da quando aveva chiuso con i bravi ragazzi, quelli che erano seguiti erano stati tutti fumatori accaniti. Il fumo della sigaretta era l’aria che respirava durante quelle storie d’amore. Era la sua aria passiva. Quando si innamorava Anna fumava dopo il caffè, dopo il pranzo e dopo ogni alcolico di qualsiasi gradazione. Pure dopo il gelato. Una volta per un amore particolarmente romanzesco, aveva iniziato ad accendere la prima sigaretta addirittura la mattina appena sveglia, tanto le mancava l’aria.

Fumava nell’attesa delle loro telefonate, un escamotage che il corpo aveva trovato per farla continuare a respirare, anche quando loro non c’erano. Fumava per darsi tono, per giocare con le labbra quando non li poteva baciare. Fumava per alimentare la cortina fumogena che la nascondeva agli occhi di chi, comunque non l’avrebbe vista. Anna sapeva che non doveva innamorarsi in quel modo, sempre sbagliato, eppure accadeva. E quelle volte il bisogno di una sigaretta si materializzava all’improvviso, incontenibile, incontestabile. Ossessione. Se serviva cambiava strada, cercava un tabaccaio, comperava sigarette e accendino, e dava inizio alla sua nuova vita d’innamorata. Aveva un cassetto pieno di accendini e nessuno era terminato. L’ultima volta aveva dovuto disinnamorarsi di un regista, pure ciccione. Una notte a letto le aveva raccontato che non riusciva a sfondare perché suo padre lo aveva abbandonato. Quella era stata l’ultima volta, da allora Anna aveva smesso di fumare.

Adesso era passato un anno e mezzo e in quel tempo aveva cercato di venire a patti con la sua solitudine, senza cedere al ricatto che in due si sta meno soli. Pioveva e quando aveva alzato distratta lo sguardo, si trovò accanto un uomo, che non sapeva neppure come. Sotto il cornicione di un vecchio palazzo, si erano ritrovati l’uno accanto all’altra ad aspettare che smettesse di piovere. Roma era vuota. Lui aveva acceso una sigaretta e lei ci pensò solo un attimo, poi accettò di fargli compagnia. Appoggiati al muro, cercando di proteggersi dalle goccia parlarono poco, timidamente.

“sono un architetto, ma per vivere faccio la pubblicità”,

“sono una scrittrice, ma non ho ancora pubblicato il mio primo libro”,

“non sono di Roma, mi piace la montagna”,

“sono di Roma, ma vado in bicicletta”,

“amo i pesci”

“sì, anche io”.

Si guardarono meravigliati. Succede a volte che ad entrambi sembri di aver incontrato l’anima gemella. Così sembrò per un attimo e senza scambiarsi il numero di telefono, decisero di rivedersi. Sotto lo stesso cornicione, il giorno dopo, all’ora di pranzo.

“meglio così – disse lui – se non verrai, non ci sarà bisogno di nessuna spiegazione”.

Anna lo guardò perplessa, ebbe l’impressione che avrebbe dovuto capire qualcosa, ma durò poco e poi quella sensazione volò via. Alzò le spalle, sorridendo come dopo una battuta che non si è capita, non aveva dubbi, lei sarebbe stata puntualissima. A quel punto la sigaretta era finita, la pioggia aveva smesso di cadere e tutti e due proseguirono per le loro strade. Anna si voltò a guardarlo, lui no.

La mattina aprì gli occhi che era ancora notte, e dopo una doccia caldissima, Anna si buttò di nuovo sul letto. Ripensava a quell’incontro così garbato e delicato della sera prima. Pensò che stava bene da mesi ormai, e che poteva provarci. Con le finestre spalancate, stesa sul letto aleggiava nella serenità. Quando le cose devono accadere, succedono senza sforzo. Le ritornò in mente il consiglio che le dava sua madre da adolescente per consolarla delle sue tristezze. Non le era mai sembrata abbastanza consolatoria quella frase, chissà perché le era tornata in mente. Però quella mattina, pensò che era vero che la vita poteva essere facile anche per lei.. Era serena, una vitalità improvvisa le scorreva per le vene. Ma era una tranquillità di cui diffidare, si conosceva Anna. Per questo si alzò di scatto e si guardò intorno, sospettosa come un fuggitivo che sente un rumore. Era tutto troppo perfetto, non sarebbe durato a lungo. La sua paura di essere felice non si sarebbe arresa facilmente. Anna sapeva che era da qualche parte intorno a lei, e che si preparava a sferrare l’attacco.

E infatti qualche minuto dopo cominciò a sentirla. Chissà da quanto tempo aveva cominciato a strisciarle intorno. Forse già durante la notte avevo danzato nella stanza, chissà se aveva pure provato ad entrare nei suoi sogni. Presuntuosa Non ricordava. La tentò il pensiero che quella volta non sarebbe successo, che non sarebbe arrivata a torturarla, ma sapeva bene come la paura si camuffava con altri pensieri. Adesso lo sentiva avvicinarsi chiaramente, era un pensiero conosciuto ma non riusciva a fare nulla per scrollarselo di dosso. Ormai era tardi, il grande letto era conquistato e già si stava arrampicando sulle sue gambe. Restava immobile, non era ancora certa che dovesse correre ai ripari. Sciocca. Sì, che doveva. La felicità non arrivava così, in un batter d’occhio, non doveva abbassare la guardia. Lo sapeva Anna, eppure ogni volta si fidava. Come fosse stata una bambina davanti allo sconosciuto, che regala le caramelle fuori la scuola. Lo sapeva bene Anna, che ogni volta la sua mente costruiva sotterfugi astutissimi per permettere alla paura di avvicinarla. Lo sapeva bene, era sempre lei a pensarli. Intanto continuava ad avvicinarsi, quel pensiero che portava con sé la paura. Ormai stava strisciando nella pancia e Anna stava diventando nervosa. Tra poco avrebbe raggiunto il cuore, e lì non ci sarebbe stata battaglia. Sarebbe stato tardi per fare qualsiasi cosa. Passò un attimo e il pensiero fu chiaro, Anna aveva bisogno di una sigaretta.

Sapeva cosa significava, aveva già bisogno di lui. Provò a resistere, non poteva essere, non lo conosceva neppure, si disse tra sé. Ma in fondo, aveva mai conosciuto gli altri? Nel cassetto degli accendini, non c’era traccia di sigarette. Anna provò a tenere a bada quell’impellente necessità di fumare, quando sentì la sua forza di volontà farsi inesistente. Provò a dirsi che in fondo era una sigaretta, una sola. Ma sapeva troppo bene cosa significava in realtà. Eccola la paura, aveva trovato il modo per venire allo scoperto, e lei cominciava a sentirsi vulnerabile, quasi evanescente. Come da ragazzina, quando il suo incubo era svanire senza mai essere stata conosciuta. Le tornò in mente, quello che le aveva detto quell’uomo mentre si erano salutati la sera prima “Così se non verrai non ci sarà bisogno di spiegazioni”. Perché aveva detto quella frase? Come aveva potuto, anche solo immaginare, in quel momento bellissimo l’eventualità che lei non si presentasse. Nella pancia e sul viso di lei c’era un’altra emozione, non l’aveva forse riconosciuta? In quell’istante capì quello che la sera prima le era sfuggito, era lui che aveva quel pensiero nella pancia, Anna sorrise mentre capiva chiaramente, lucidamente che quell’uomo non sarebbe andato all’appuntamento che le aveva proposto. Improvvisamente la paura scomparve, sostituita da un pensiero più veloce, e finalmente nuovo, lei era viva e la sua ossessione era svanita con la pioggia.