“La domenica era un giorno da passare in famiglia, con i bambini che saltano nel lettone a svegliare i genitori e il padre che porta la colazione a letto per tutti. La domenica non è un giorno per single”. Quella frase Anna l’aveva letta in un bel libro e le era rimasta impressa. Certo erano passati tanti anni da allora, e forse proprio per questo la domenica era ormai per lei il peggiore dei giorni della settimana, il silenzio le era insopportabile. Alcune domeniche tutti i suoi amici sparivano, in un modo o nell’altro tutti implicati con il rito del pranzo in famiglia, quelle in cui sono nati o quelle nate da loro. Quelle volte lei restava sola nel limbo, non più con l’una, né con l’altra famiglia ancora. Faceva del suo meglio per passare in maniera dignitosa quell’ultimo giorno della settimana, sapeva per esperienza che il lunedì successivo tutto avrebbe ripreso ad andare e lei sarebbe stata di nuovo una come tante, in mezzo alla gente. Ma la domenica no, la domenica non riusciva a far finta che tutto andava per il verso giusto e che il futuro era roseo e promettente.

Quella mattina appena tentò di muovere un muscolo per scendere dal letto, una fitta lancinante l’avvertì che qualcosa si era incastrato, da quel letto non sarebbe scesa per l’intera giornata. Eppure fin da subito la situazione non le sembrò per niente male, confrontato alla faticosa idea di occupare l’ennesima domenica silenziosa, quel mal di schiena apparve come un possibile diversivo. Dopo aver constatato la gravità del dolore, posizionò i cuscini per accogliere la sua schiena dolente e pensò di riaddormentarsi. Era quasi contenta. Dormicchiava quando un rumore improvviso oltre la parete della camera da letto la richiamò in sé. Solo il tempo di domandarsi cosa potesse essere e con un riflesso incondizionato, cominciò a mordicchiare l’indice. Le fu subito chiaro cosa fossero quella serie di mugugni che aveva preceduto di poco il rumore in corrispondenza della sua testa. Per questo continuò a sorridere, mordicchiando maliziosa l’unghia dell’indice, mentre il letto del suo vicino sbatteva con regolarità contro la parete. Imbarazzante ma inevitabile, immaginò quell’uomo lungo e magro compiere quello sforzo di virilità. Scoppiò a ridere, ma si tappò la bocca, cercò di pensare a tutto quello che c’era da fare in case, per distrarsi aspettando che finissero. Fece mentalmente la lista della spesa, immaginò l’organizzazione dell’armadio nell’ipotesi che uno di quei giorni terminasse il cambio di stagione, e addirittura s’avventurò a vedersi cucinare una torta, per avere una volta tanto, qualcosa di buono da mangiare per colazione. Ma il ritmo continuava senza interruzioni e con raccapriccio si accorse che aveva ricominciato a pensare a loro. Si stava domandando se il suo vicino era uno di quelli che lo faceva lasciando i pantaloni calati alle caviglie, magari pure quelli del pigiama, oppure di quelli che li sfilavano, una gamba alla volta, ma rimanevano con i calzini. Si concentrò sul rumore, continuo, ripetitivo, eccessivamente veloce; doveva far parte di quelli che quando gli capita si sbrigano, come dei furetti, voraci e spaesati, per non farsi scappare la preda. A pensarci s’era intristita, e aveva smesso di sorridere. Il ritmo continuava, invariato, erano passati diversi minuti e nulla era cambiato, probabilmente nemmeno la loro posizione, dato che non c’era stata la minima interruzione del martellamento contro il muro. Pum-pum-pum-pum-pum. Tutto continuava identico e Anna cominciava ad annoiarsi. La donna dall’altra parte della parete, emetteva rantolii simili a quelli del porco e non sembrava per niente infastidita dai pantaloni calati, che sicuramente lui aveva ancora a metà polpaccio. L’andirivieni contro la parete, a dispetto dell’inizio rapido e senza troppi preliminari, sembrava non finire mai. A ritmi regolari lei esplodeva in imbarazzanti grida di piacere, mentre lui noioso continuava costante, neanche un secondo di silenzio per godere di quel piacere. Ma questo doveva essere solo un pensiero di Anna, perchè la donna dall’altra parte aveva ricominciato a mugugnare, come pochi istanti prima. Non c’era stato nessun accenno d’abbandono, almeno momentaneo, dovuto a quell’esplosione di energie. Niente di niente, avevano ricominciato con l’affanno di chi si ingozza e poi si riempie pure le tasche, come se si potesse fare scorta di quel piacere e accumularlo per i momenti di mancanza.

Pum-pum-pum-pum-pum. Anna inchiodata ai suoi cuscini ascoltava il rumore e non si domandava più quando sarebbe finito. Un battere ipnotico che non significava niente, nemmeno per quelli dall’altra parte della parete. Pum-pum-pum, Anna inclinò da una parte il viso e cercò di sonnecchiare. Ricominciò a pensare alla sua schiena e a quello che doveva essere successo ai suoi muscoli. Qualcosa si era incastrato tra i polmoni e il cuore e adesso le impediva quasi di respirare.

Quando s’era addormentata la sera prima stava benissimo e nella sua stanza non c’erano spifferi di vento, causa sicura di quel mal di schiena, secondo i criteri di suo padre. Le correnti d’aria erano state la sua fissazione per tutta la loro infanzia, quella di Anna e sua sorella. Secondo suo padre tutto era causato dalle invisibili e impercettibili correnti d’aria: febbre, mal di testa, mal di stomaco, dolori muscolari, addirittura le inspiegabili lacrime, che spesso scivolavano dagli occhi di Anna. D’estate in macchina, le aveva sempre fatte viaggiare con i finestrini chiusi, incollati ai sedili di finta pelle, perché altrimenti il vento avrebbe freddato il sudore sulle loro spalle. L’unica soluzione che Anna e sua sorella avevano trovato per resistere era rimanere immobili, per tutte le ore del viaggio. Ma la sera prima Anna era pronta a giurarlo, non aveva preso freddo, doveva esserci un’altra spiegazione per il suo dolore di quella domenica mattina. Qualcosa che aveva sognato, forse? Non ricordava. Il rumore dall’altra parte del muro continuava ancora uguale e non credeva più che quelli dall’altra parte si stessero almeno divertendo. Addirittura le venne in mente che forse stavano solo fingendo e registrando quei mugugni per una qualche opera di video arte, le sembrò più credibile.

La sera prima aveva fatto una corsa al supermercato, non c’era niente nel frigo, e non le andava di cenare un’altra volta con patatine e birra. Era entrata qualche minuto prima della chiusura, il supermercato era praticamente vuoto, e gli scaffali già riempiti di nuove offerte speciali, valide solo dal lunedì successivo. Anna non aveva preso nemmeno il cestino, voleva solo qualcosa per cena. Nei corridoi vuoti si aggiravano solo pochissime persone, un paio di carrelli stracarichi si avviarono veloci alle casse dopo l’ultimo annuncio dall’altoparlante: il supermercato si appresta a chiudere. Aveva preso al volo una confezione di formaggio da spalmare e cercava dell’insalata, quando passò accanto ad un carrello semi vuoto, notò all’interno un avocado che rotolava, una confezione di gamberetti e un pacco famiglia di biscotti. Alzò lo sguardo e vide un uomo sovrappensiero. Avrà avuto la sua età, anche lui mangaiva solo quella sera. Ma aveva dimenticato l’insalata e corse di nuovo nel reparto verdure. Quando arrivò alla cassa erano rimasti solo lei e l’uomo dell’avocado. Stava già pagando quando lei si mise in fila dietro di lui, l’unica cassa aperta. Lui la guardò mentre aspettava il conto e improvvisamente le si strinse il respiro. Anna sentì un infinito dolore al petto, poi  l’uomo andò via, e tutto riprese a scorrere.

Dall’altra parte del muro avevano finalmente smesso il loro esperimento di resistenza, quanto tempo era durato? Non lo sapeva, ormai il tempo non aveva più troppo senso per lei. Il viso dell’uomo della sera prima le tornò in mente, nitido e chiaro. Ricordò il suo sguardo e si ricordò di quando lei era come lui. Di quando i ricordi assalivano il suo presente, s’insinuavano nelle pieghe della vita e la portavano via. Si ricordò quando camminava per la strada cercando smarrita, occhi tristi come i suoi. Si ricordò dei tre quarti di buio che aveva visto il giorno che, sdraiata sul letto accanto ad un uomo triste, aveva pensato che quel buoi l’avrebbe protetta e per questo volle amarlo. Si accorse che quel tempo era passato, e sorrise. La morsa che il giorno prima l’aveva agguantata si sarebbe sciolta presto, ne era certa. Non amava più il buio. Quanto tempo c’era voluto non lo sapeva, quanti ricordi aveva dimenticato non importava, adesso ogni giorno le apparteneva di più, fosse anche che era pure di domenica.