Certe vite sembrano segnate da un’originalità che le fa risaltare agli occhi di tutti, chiamiamo queste persone genie, eroi, folli, ma a bene guardare quell’originalità coincide  con lo stare costantemente e coraggiosamente fuori dall’ovvietà di tutti gli schemi che imbrigliano la realtà. Se poi si guardasse meglio però si scoprirebbe che le vite di tutti, proprio di tutti sono segnate da tanti minimi e aninimi slittamenti fuori dalla banalità , nel tentativo spesso incoscio di cercare la propria strada. Tutti proviamo a dire la nostra qualche volta nella vita, tutti proviamo ad innalzarci contro la banalità dell’ovvio.

Io ricordo una delle mie prime volte è stato al liceo, ultimo anno. Il nostro storico professore di latino e italiano aveva accettato il trasferimento in una scuola romana (io allora vivevo a Tivoli) ed era stato sostituito da una nuova professoressa che, perchè arrabbiata con il professore che ci aveva lasciato, perchè nel pieno dello Sturm und Drag dell’adolescenza, avevo rifiutato fin dall’inizio. Alla consegna del primo compito di latino, io che prendevo regolarmente 7/8 mi ritrovai con un 6-. Il mio compito era sbagliato perchè non corrispondeva parola per parola alla traduzione che lei aveva preparato da casa e con il foglio propotccolo alla mano insisteva a mostrarmi. Io in piedi davanti al banco, contestai ogni correzione, insultandola non con le parole ma con la mia aperta sfida. Finì male. Fui invitata a venire il giorno dopo accompagnata da mio padre e poi a scusarmi per l’accaduto. Fu orribile.

D’allora è successo ancora, di sfidare a muso aperto persone di cui non riconoscevo l’autorità, e anche queste volte di pagare pesantemente. Un karma difficile di direbbe, eppure se ci penso mi rendo conto oggi che quelle sfide erano il mio solo modo, per niente strategico, lo riconosco, di uscire dai binari dell’ovvio e cercare la mia strada.

Di sfida in sfida sono arrivata ad “Appassionate, donne che fanno della loro passione un’impresa” la mia creatura che, come mai prima, racconta il mio punto di vista sul mondo, finalmente non più conflittuale ma  proattivo e creativo.  l’affermazione di sè passa per il piacere di quello che facciamo con il nostro lavoro tutti giorni, questo racconta Appassionate, il cui sotto titolo è QUELLO CHE TI PIACE FARE E’ CIO’ CHE SAI FARE MEGLIO.

Ai giorni del liceo non lo sapevo ovviamente, così per difendere il piacere di tradurre caddi nella trappola della sfida rabbiosa, che si rivelò totalmente perdente, vista la sproporzione di potere che c’era tra me e lei . Oggi invece lo so, tanto che nei momenti di stanchezza o frustrazione mi ricordo che il piacere non lo devo difendere, ma lo devo vivere e che così facendo, sciolgo la frustrazione, che così scompare e lascia alla mia anima lo spazio per rifiatare.

Il piacere per quello che facciamo è la nostra fonte certa di soddisfazione e di amore. Prima ancora di qualsiasi ricompensa, prima di qualsiasi carezza. Il piacere di quello che facciamo produce amore per noi, liberandoci da quella paura primordiale di non essere amati, che lambisce costantemente le nostre vite aspettando i momenti di fragilità o instabilità per risucchiarci.

Quando tutto sembra crollarci addosso, quando ci verrebbe solo da piangere, non dobbiamo più fare l’errore di arrabbiarci, tanto da sfidare chi o la cosa che ci sta rendendo la vita difficile. Dobbiamo invece sforzarci di avere la lucidità di andare verso il nostro piacere, verso la cosa che sappiamo fare meglio. Cantare, suonare, coltivare il nostro giardino, cucinare, scrivere, progettare, comporre, insegnare, qualsiasi cosa che sappiamo fare bene e che ci piace fare è la nostra più diretta fonte di amore per noi e solo seguendola  recuperiamo la calma della gratitudine, e la serenità per andare avanti.

Ben vengano allora scattare dinanzi a ciò che non ci piace e che non ci appartiene, bene venga, è il richiamo del nostro piacere che sussura la strada per raggiungerlo. Ben venga il karma che ci porta all’amore per noi.